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Noi e il Sessantotto

di Tiziana Viganò

genere: antologia

editore: Macchione

anno di pubblicazione: 2018

pagine: 144

ISBN 978-88-6570-488-2

Tante sono le opinioni sul Sessantotto, anche molto diverse: c’è chi l’ha amato, chi l’ha vissuto intensamente, chi l’ha solo osservato, chi si è defilato, chi è rimasto deluso , chi l’ha approvato e chi no, chi si è arrabbiato e chi ne ha avuto un sacro terrore, chi l’ha combattuto strenuamente…
Nessuno è rimasto indifferente. E non lo è ancora oggi.

“Quando, dopo un certo numero di anni, un passato comune vuol mettersi in relazione con le nuove generazioni e trasmettersi genera una nuova realtà che è la rappresentazione del passato. È dunque nel rapporto con le altre generazioni e nel rivivere, ripensare collettivamente vissuti comuni che si crea una storia. In questo senso molto prossima alla creazione di un mito.” 

La Storia si crea quando si comincia a raccontare una storia: così tante voci si sono unite in questo libro per delineare uno spartito corale sul Sessantotto, con gli anni del preludio e quelli del finale. Scrittori e scrittrici che hanno vissuto quel periodo e giovani che lo guardano con gli occhi di chi vive oggi: storie quotidiane, a volte rumorose, a volte riservate di una rivoluzione culturale basata sugli ideali e sulla passione di viverli.

Prefazione di Carlo Martigli,scrittore e storico

Presentazione e cronologia anni Sessanta Settanta di Tiziana Viganò

Gli autori dei racconti

Raúl Della Cecca-Carla Magnani-Giancarlo Bosini -Tiziana Viganò-Angelo Gavagnin-Mirella Guerri-Carlo Alfieri-Maria Gemma Girolami-Paola Crovi Costa-Claudio B. Foresti-Mariella Di Camillo-Marika Carolla-Massimiliano Barone-Barbara Nittoli-Franca Balsamo-

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Prefazione di Carlo A. Martigli - scrittore, storico

Il Sessantotto non è un numero e nemmeno una data. E’ un simbolo, come lo sono i cinque cerchi olimpici o il segno della croce. Bene che se ne parli, perché non solo i giovani, ma neanche i cinquantenni di oggi lo hanno vissuto. E la memoria è di fondamentale importanza perché

non si ripetano gli errori o per trovare nuovi stimoli. Una società che ignora il proprio passato non può avere un futuro. Proprio perché “ignorante”.

E’ stato un momento formidabile, in cui chi c’era pensava realmente di poter cambiare il mondo, e in parte c’è riuscito. La condanna di tutte le guerre, con quella del Vietnam in corso a fare da apripista, la liberazione sessuale con la vera prima parità tra ragazzi e ragazze, la contestazione di un modo di insegnare non più adeguato ai tempi che il Sessantotto stesso stava andando a modificare.

Per la prima volta, non solo dal dopoguerra, ma anche andando secoli a ritroso, trovavano posto nella vita di tutti i giorni l’allegria e l’ironia, condite da un senso di pace, non di belligeranza. Una filosofia di vita e un grido di pacifica battaglia al tempo stesso, condensata nello slogan «una risata vi seppellirà».

L’azione rivoluzionaria delle coscienze non era tuttavia univoca: c’era chi resisteva pur avendo la stessa età di chi cercava di cambiare il mondo. Ma non importava, perché se di scontro fisico si trattava, a volte più spesso del confronto verbale, tutto nasceva da diverse ideologie di fondo. Filosofie applicata alla realtà, giustificate da pensieri, da storie vissute dalle famiglie, dal rifiuto della dottrina religiosa prevalente o dall’aggrapparsi alle tradizioni. Quindi e comunque dettate da motivazioni profonde, e non da ignoranza o da menefreghismo.

Due ricordi personali: uno in piena epopea sessantottina e un altro poco tempo prima che l’afflato della rivolta si spegnesse. Il primo: con democratiche votazioni furono eletti i duumviri che avrebbero rappresentata la scuola di fronte al collegio dei professori e dei genitori che si stavano affacciando per la prima volta nei meandri dello studio dei loro figli. Il mio compagno di banco e io fummo i più votati: io della

sinistra socialista e lui del partito liberale! Eppure entrambi d’accordo sulle riforme che andavano fatte, subito, senza attendere, contro tutti e tutto. Il secondo: appena laureato in Giurisprudenza, pur da non credente, ero stato invitato a partecipare a una riunione di “giuristi cattolici”, presso i Gesuiti di Livorno, dove avevo studiato. Portai una tesi su Darwin e l’evoluzionismo. Alla fine del mio discorso, uno dei presenti, giovane come me, saltò su a dire che non poteva accettare quanto avevo detto perché l’evoluzionismo non era coerente con la religione cattolica. Lo conoscevo, avevamo giocato insieme a rugby, ma mi ero allontanato dalla squadra, perché composta quasi tutta da esponenti del Movimento Sociale. Sapevano delle mie idee, e quando venivo placcato non ero risparmiato da colpi proibiti.

Rimasi stupito, come se le sue parole provenissero da un mondo alieno, e mi rivolsi al sacerdote che aveva indetto l riunione. Con un triplo salto carpiato con avvitamento, riuscì, da vero gesuita, a dare ragione a entrambi.

Di lì a poco, come accennato, la Milano da bere, la moda dei bomber, i radical-chic e il terrorismo uccisero il Sessantotto.E se pure è morta anche quella speranza nei cuori e nella mente di chi ci ha creduto, quell’idea è rimasta viva. Da realtà da vivere è diventata mito e leggenda, un po’ come la figura simbolo della foto iconica di Che Guevara. Con i capelli al vento, lo sguardo perso all’orizzonte e una bellezza senza tempo.

Riparlare oggi del Sessantotto non significa riportarlo in vita, troppe cose sono cambiate. Va però ricordato che la storia del Graal insegna che non è importante la sua conquista, ma il percorso, la strada che viene percorsa, come se la meta fosse raggiungibile. Nel ricordo, ognuno porti la sua pietruzza: non costruiremo più la piramide che avevamo sognato, ma alla fine potremo dire di aver fatto la nostra parte.